Basta il nome dell’artista a fare un’opera d’arte?

Novembre 10, 2012 by Nessun commento

Se ci viene fatta la domanda, sarà difficile che rispondiamo con un diniego: ma chiediamocelo da soli, siamo sinceri quando ci capita di asserire di essere amanti dell’arte? Probabilmente, e senza colpa, non interamente, e per motivi molto semplici. Il prioritario, se vogliamo pure banale, è la assenza di istruzione. Escludiamo, ovviamente, da questo discorso tutti coloro che seguono studi specifici sull’argomento, e vi dedicano una gran fetta della propria vita; per il resto di noi, il tempo di istruzione che la scuola dedica all’insegnamento dell’arte (sia inteso come guida all’interpretazione di statue e dipinti, sia come prospettiva storica) è indubbiamente scarso e insufficiente.

Questo a fronte di una realtà, come l’arte, che richiede viceversa per essere capita e interpretata dei criteri e delle competenze molto specifiche, e non si lascia di certo decodificare in maniera significativa da chi si limiti a dedicarle un’occhiata distratta. Ciò nonostante, la nostra società incoraggia e quasi dà per previsto l’apprezzamento dell’arte, e ci viene insegnato, questo sì, a ritenerla un aspetto rilevante della nostra vita e della nostra crescita culturale – lasciandoci un po’ soli ad apprendere come interpretarla. Anche avendo però ammesso tutto questo, e riconoscendo la propria eventuale mancanza di specifica preparazione, può capitare – specialmente nell’ambito dell’arte moderna – di trovarsi davanti a lavori che lasciano anche il più umile e mentalmente aperto fra noi sconcertato sentendole qualificare come “opere d’arte”, poiché per quanto si possa affannare non vi ritrova nulla, né a livello di capacità tecnica, né di spessore di messaggio, né di possibilità di generare emozioni, che le qualifichi come tali ai propri occhi. Qualche esempio?

Composizioni con Rosso, Blue e Giallo – Piet Mondrian

Una tela di Mondrian, artista riconosciuto fra i massimi rappresentanti della corrente artistica che fu definita come “non rappresentativa” e che prevedeva, sia nell’opera che nel titolo, il ripudio di ogni suggerimento esegetico, così che fosse l’osservatore a vedervi spontaneamente quanto desiderava, viene valutata in media fra i dieci e i venti milioni di dollari. Riusciamo sinceramente a trovare un valore del genere appropriato per una tela bianca ricoperta di quadrati regolari, di diverse dimensioni, alcuni dei quali colorati di rosso, di giallo, o di blu, che apparentemente non può aver richiesto più di un quarto d’ora per realizzarla?

Elegia per la Repubblica Spagnola N° 110, Robert Motherwell

La valutazione di questa tela è, formalmente, posizionata intorno ai due milioni di dollari. Teniamo ben presente questo valore mentre osserviamo che si tratta di una tela bianca, sulla quale spiccano tre fasce verticali fra le quali sono collocati degli ovali; tutto questo dipinto a pennellate irregolari in un nero uniforme. Null’altro. Anche tenendo conto dell’importanza di Robert Motherwell, e del suo intento di avvicinare l’arte non rappresentativa ai profani (intento in quale misura raggiunto, verrebbe da chiedere), troviamo un valore del genere non solo ragionato, ma tollerabile?

Where, di Morris Louis

Un milione di dollari: tanto viene valutata, nel mercato dell’arte, questa tela di Morris Louis, un esempio che potremmo definire “da manuale” della corrente artistica a cui apparteneva negli anni Quaranta e Cinquanta, ossia il Color Field, che prevedeva l’utilizzo svincolato di grandi masse di colori saturi sulla tela. Ma siamo interamente pronti ad accettare, o se non altro quantomeno a condividere, che un valore del genere – un milione di dollari! – venga attribuito ad una tela dove con tutta la buona volontà non riusciamo a ravvisare che un arcobaleno pari pari a quelli disegnati con i pennarelli da bambini di tre anni?