Non agevolazioni, ma dovere sociale: i servizi ai disabili

Giugno 28, 2012 by Nessun commento

Se per ognuno di noi, anche chi non è minimamente afflitto da qualsiasi genere di disabilità, è comunque agevole immaginare quali e quanti possano essere i problemi quotidiani d’ogni genere incontrati e affrontati da chi invece soffre di tale condizione, va tuttavia riconosciuta un’importante distinzione. Ve ne sono di materialmente più semplici da distinguere, evidenti, come tutte le questioni legate alle barriere architettoniche, e questi sono superabili in modo tutto sommato chiaro, attraverso accorgimenti tecnici come l’installazione ora di rampe d’accesso ora di servoscale per disabili d’altro canto, ve ne sono di più nascosti, legati alla nostra mentalità, che è spesso complicato individuare, affrontare ed eliminare.

In realtà, la visione più radicata del problema dei disabili è compromessa da un problema di fondo, un malinteso iniziale della questione, ossia che sia un’istanza in qualche maniera legata a moti di generosità o di compatimento per una categoria, appunto quella dei disabili, sottoposta chiaramente a quotidiane difficoltà e sofferenze. E proprio in quanto così radicato, fatichiamo non solo a riconoscerlo come distorto, ma anche e specialmente ad accorgercene – e proseguiamo così nel trovare che sia giusto accordare facilitazioni, o servizi speciali come parcheggi riservati e rampe d’accesso, ai disabili come conforto o compenso, in qualche misura, del dolore che la loro situazione fisica li porta a soffrire.

Sebbene nessuno metta naturalmente in dubbio tale sofferenza da un punto di vista squisitamente umano, tuttavia, una corretta analisi dei termini della questione non può che mettere in risalto come questa concezione del problema sia, in effetti, quella più semplicistica, e anche meno costosa – ci richiede solo di fare qualche spesa per rampe d’accesso e segnalatori acustici ai semafori – e specialmente, più superba e discriminante. Ma se valutiamo onestamente il problema, non potremo che renderci conto che quanto stiamo facendo è semplicemente estendere a tutti i cittadini, anche se disabili, quei diritti che costituiscono il principio della nostra società civile.

Il problema deve infatti essere affrontato e analizzato equamente, ma senza cedere alla facile seduzione del buonismo, o di una falsa interpretazione della generosità, entrambi criteri piuttosto superbi da applicare ad una questione tanto importante.

L’intero discorso sull’abbattimento delle barriere architettoniche è infatti, molto semplicemente, basato su principi chiarissimi e di per sè evidenti con un minimo ragionamento:

1. noi riteniamo che la nostra società, per dirsi civile, debba estendere a tutti una vasta serie di diritti irrinunciabili, rendendoli da tutti accessibili e godibili;

2.nel dire “estesi a tutti” non stiamo, evidentemente, escludendo a priori alcuna categoria, meno che mai sulla base delle condizioni fisiche, proprio perchè il godimento dei diritti non deve trarre origine dal grado di salute;

3. siccome è però ovvio che, lasciate a se stesse, le persone afflitte da qualche handicap non potrebbero godere appieno dei propri diritti, è ovvio ed indiscutibile che sia dovere della società occuparsi di sradicare questa barriera alla loro piena cittadinanza.

Si potrebbe osservare, e non a torto, che i due discorsi appaiono, nella pratica e nelle conseguenze, ben simili, quasi indistinguibili: da entrambe le premesse discende, per fare un esempio, la naturale conclusione che le barriere architettoniche vanno studiate, riconosciute, ed eliminate, doverosamente. Non si pensi però che la differenza fra i due approcci sia insignificante: in realtà, delinea una traccia precisa che separa un dovere di civiltà da quello che potrebbe parere soltanto un banale atto di elemosina.